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Pericoloso o no? Come il nostro cervello riconosce il rischio

Nell’articolo precedente ho parlato di come il nostro organismo reagisce ad un pericolo. Certo è che per reagire dobbiamo prima percepirlo, e capire se quanto esperito sia effettivamente dannoso. Noi non rispondiamo ad un evento traumatico o scioccante con risposte causali o uguali tra loro: l’intensità, il modo, e le caratteristiche della reazione variano a seconda dell’entità del fatto, del livello di rischio percepito e, soprattutto, dell’equilibrio psicoemotivo e cerebrale dell’individuo.  Ma facciamo un passo per volta e vediamo cosa succede: prima della reazione c’è la percezione e l’identificazione dell’evento. Fin dagli albori della storia il rischio ha fatto parte della vita degli umani: eventi naturali, aggressioni da parte di altri uomini o di animali feroci, etc. e per consentire la sopravvivenza il nostro cervello si è organizzato in modo tale da individuare e organizzare una risposta adattiva. Così come il resto degli stimoli sensoriali provenienti dall’esterno (odori, sapori, eventi, etc) anche quelli di pericolo passano attraverso gli organi di senso (occhi, pelle, naso, etc) e vanno dritti al talamo, un’area del sistema limbico, che gestisce quanto ricevuto trasformandolo in sensazioni. Quest’ultime hanno poi due vie da percorrere: una “breve” verso l’amigdala, che categorizza come rilevante  o meno l’informazione, e una “lunga” verso la corteccia prefrontale, la quale elabora e analizza in maniera consapevole ciò che sta accadendo.

photo by hotblack
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Cosa succede se l’amigdala riconosce un pericolo? Per prima cosa invia il messaggio di emergenza al talamo e al tronco encefalico, che a loro volta sollecitano il sistema nervoso autonomo che di seguito secerne l’ormone dello stress (tra cui l’adrenalina e il cortisolo) per attivare l’organismo alla reazione (fuga o attacco). I lobi frontali, quella porzione del cervello che si trova sopra i nostri occhi, sono più tranquilli ed equilibrati e prima di far reagire il corpo esaminano la situazione consentendo alla persona di bloccare la risposta immediata dell’amigdala aiutandoci a capire se si tratta di un falso allarme oppure no. I lobi frontali si attivano generalmente quando l’evento attivante è di bassa intensità (treno in ritardo, traffico, scocciatore al telefono) e fanno sì che l’individuo organizzi una risposta coerente con il contesto.

QUANDO IL SISTEMA VA IN BLOCCO

La reazione o l’individuazione di un evento stressante o pericoloso dipende dall’equilibrio tra questi due sistemi ma può succedere che questo meccanismo si blocchi e che non ci siano più risposte ponderate. I lobi frontali vanno in tilt e la risposta al pericolo è prerogativa dell’amigdala, ovvero immediata e secondo due modalità: furia e trasalimento ad ogni minimo suono o frustrazione, o congelamento, se qualcuno tocca il corpo ad esempio. Queste reazioni sono tipiche dopo un evento scioccante subìto o del quale si è stati testimoni, seguito dallo sviluppo di una vera e propria Sindrome Post Traumatica da Stress.

photo by lisasolonynko
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Il trauma aumenta il rischio di mal interpretare il significato di un evento, di una situazione, di espressioni facciali innocue facendo sì che l’individuo reagisca in modo violento come se fosse sempre minacciato e sotto attacco. Chi ha subìto un trauma non è in grado di dare il giusto peso agli stimoli ambientali, e anche un trigger (evento attivante) neutro può far scatenare la furia o bloccare la persona. Questo succede perché gli individui traumatizzati non riescono, dal punto di vista emotivo e cerebrale, a distinguere una condizione sicura da una pericolosa, soprattutto a seguito di un flashback legato all’evento: i corpo rivive il terrore, la rabbia e l’impotenza così come l’impulso di fuga/attacco. Così come durante l’evento reale, la capacità logica si blocca e le persone sono in balìa delle reazioni immediate; questo accade perché, così come durante un evento traumatico, durante un flashback l’area cerebrale destra rimane accesa mentre si spegne quella sinistra: ciò significa che la comprensione logica, la capacità di esprimersi con un linguaggio corretto e comprensibile e di organizzare coerentemente quanto accade viene meno, lasciando spazio all’esplosione di emozioni quali rabbia, terrore, paura, vergogna. Inoltre nella rievocazione di un trauma è stata rilevata un’elevata produzione di adrenalina, responsabile dello scatto corporeo di attacco e fuga. Mentre l’episodio traumatico è circostanziato, ovvero ha un inizio e una fine, la sua rievocazione non passa e continua ad essere rivissuta dalla persona, determinata da triggers che potrebbero presentarsi in qualsiasi momento del giorno o della notte.

Finché il trauma non viene elaborato la persona identifica come pericolose situazioni innocue, ma ciò è determinato dal fatto che l’organismo, e soprattutto la mente, non sono ancora stati aiutati a capire che il pericolo è cessato e si attivano come se si fosse sotto costante minaccia.

BIOGRAFIA

Bessel Van Der Kolk, Il corpo accusa il colpo, Raffaello Cortina Editore, 2015

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