photo by svklimkin

La resilienza. Quella vera.

Ci sono persone che addirittura se la tatuano, per non dimenticarsene. Resilienza è un termine molto conosciuto nel mondo dei tatuaggi e se vi dovesse capitare di incontrare qualcuno che ha voluto incidersi questa parola sulla pelle, portate ancora più rispetto perché probabilmente avrà alle spalle una storia difficile e complessa. Generalmente intendiamo resiliente quell’organismo che si adatta all’ambiente avverso in cui vive, riuscendo a sopravvivere. Così come concetto biologico, esiste anche il concetto psicologico, dove per resilienza si intende la capacità psichica di una persona ad adattarsi ad un sistema ostile (familiare, sociale, lavorativo), assumendo comportamenti ed atteggiamenti che ne garantiscono la sopravvivenza psico-fisica. Resiliente è anche, e soprattutto, la persona che riesce a reagire positivamente e in maniera costruttiva ai traumi, alle avversità e alle difficoltà, trovando anche nei momenti più bui una luce da inseguire e raggiungere.

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Ma siamo tutti resilienti? Perché alcuni si lasciano inondare dai problemi annaspando disperati nella speranza di una mano che li tiri fuori dal gorgo mentre altri vanno avanti, plasmandosi alle esigenze del momento e della situazione? Secondo la letteratura psicologica chi risulta essere più debole, è tale a causa di isolamento sociale, maltrattamenti, conflitti familiari, abusi, violenze. Dall’altra parte c’è chi risulta essere più responsivo grazie a proprie caratteristiche personali e perché inserito in un buon contesto sociofamiliare con genitori competenti ed una madre estremamente accudente, con una rete relazionale supportiva e un gruppo di pari con i quali confrontarsi. Da questa descrizione sembrerebbe che per essere resilienti bisogna necessariamente vivere nel mondo dei balocchi: è facile affrontare le avversità se hai una vita affettiva, sociale e familiare che funziona ma io credo che la vera resilienza, quella che decidi di tatuarti sulla pelle, sia quella che dimostri di avere quando sei schiacciato dal dolore e quando, nonostante tutto, vai avanti. Strisciando magari, ma vai avanti.

La Resilienza con la R maiuscola è quella ad esempio che dimostri quando, dopo un’infanzia di maltrattamenti, abusi e violenza, non solo puoi definirti sopravvissuto ma mostri di avere le risorse per realizzarti come individuo. In questi casi, quando ci sono eventi e traumi del genere, ogni individuo è resiliente a modo suo: i bambini maltrattati spesso si rifugiano in racconti fantastici, dove si immaginano eroi in qualche modo o in qualche mondo fiabesco parallelo. Oppure si chiudono in sé stessi, convincendosi della loro colpevolezza per giustificare la violenza dei genitori. Ognuno ha il proprio modo di sopravvivere, compatibile con l’ambiente in cui è inserito e con le proprie caratteristiche di personalità. Certo è che cercare di cavarsela e vivere sono due cose completamente diverse tra loro, pertanto chi è stato abituato a sopravvivere non significa che sia in grado di condurre una vita piena e costruttiva. E allora queste persone bisogna aiutarle e rendere loro giustizia per le sofferenze passate, riconoscendo la loro forza, il loro dolore e dare una speranza.

photo by MareleeB
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Può capitare che i comportamenti resilienti sembrino strani, quasi disadattivi – solitudine, silenzi, aggressività, scoppi di rabbia – ma spesso è un modo della psiche per decongestionare l’indicibile pressione emotiva della persona. Come diceva Watzlawick (1978) nella sua Pragmatica della comunicazione umanaUn comportamento folle non è necessariamente la manifestazione di una mente malata, ma può essere l’unica reazione possibile ad un contesto/ambiente in cui si comunica in maniera assurda e insostenibile”. Ma non solo la comunicazione può rivelarsi illogica: anche i comportamenti e gli atteggiamenti assunti dalle persone in un sistema specifico possono risultare contestualmente resilienti ma magari oggettivamente disfunzionali perché ci si adatta per cercare di andare avanti, con meno danni possibili.

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