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Essere felici: istruzioni per l’uso secondo Buddha – parte seconda

Come spiegato nell’articolo precedente ognuno di noi può essere felice, o meglio sereno. Si perché la serenità è uno stato, le felicità una condizione temporanea. Buddha l’aveva capito dopo un periodo lunghissimo di meditazione sotto l’albero di pippala. Non preoccupatevi, voi non dovrete fare lo stesso, anche perché credo che la pippala da noi non cresca. Chiariamoci: se volete meditare ben venga, ha dei risultati pazzeschi sul cervello ma io vi consiglierei di iniziare a seguire le indicazioni di Buddha. State tranquilli, non vuol dire che diventerete buddhisti (e comunque non ci sarebbe niente di male) ma imparerete a vivere secondo precetti orientati al benessere: vostro e, conseguentemente, degli altri.  Come vi avevo già spiegato il nostro amico non fece come noi che leghiamo la nostra felicità a oggetti, persone, obiettivi e lavoro, egli l’ha trovata eliminando la sofferenza da dentro di sé, evitando di far crescere i sentimenti negativi ed alimentando quelli positivi come compassione, amore, armonia e gioia. E questo lo può fare chiunque di noi.

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Come abbiamo visto il primo step è quello di prendere coscienza delle Quattro Nobili Verità, legate alla presenza della sofferenza nel mondo e alla sua estinzione, raggiungibile attraverso gli Otto Nobili Sentieri:

  • del Retto Sforzo e la Retta Concentrazione: guardare dentro noi stessi per osservare come i pensieri nascono, crescono e muoiono. In questo modo la nostra attenzione sarà più aperta sulla realtà che ci circonda, che riusciremo a percepire come bella e piena di gioia.
  • della Retta Presenza Mentale: concentrarsi in maniera consapevole su quello che si sta facendo, di quanto avviene nella realtà, di quanto accade nel corpo, nella mente e nel mondo che lo circonda. Dovremmo cercare di non inseguire il passato e non perderci nel futuro, perché il passato non esiste più e il futuro non è ancora arrivato. La realtà e dunque la vita è soltanto nel momento presente.
  • della Retta Comprensione: dobbiamo guardare in profondità nella nostra stessa mente e nella situazione presente per sradicare le visioni errate che formano le radici della sofferenza, ad esempio che la realtà è fatta di fenomeni impermanenti (in continuo cambiamento) e tutti interdipendenti fra loro.
  • del Retto Pensiero: questo per noi occidentali è il sentiero più complesso a causa della società in cui siamo immersi. Dovremmo pensare “rettamente” cioè senza odio, né brama, né desiderio. Per superare la confusione dei pensieri dovremmo focalizzare l’attenzione sul respiro mentre per estinguere l’odio dovremmo coltivare la compassione cercando di capire cosa o chi ci ha irritato. Con la compassione e la dedizione agli altri, con l’amore universale, la vita si colma di pace e di gioia.
  • della Retta Parola, della Retta Azione, della Retta Professione: per realizzare questi Pensieri dovremmo applicare i Cinque Precetti: non uccidere, non rubare, non fare violenza, parlare secondo verità ed astenersi dall’assumere sostanze che oscurano la mente (alcool e droghe). La Retta Parola, la Retta Azione e la Retta Professione consistono nel non fare violenza a nessun essere vivente né a noi stessi né con le parole, né con gli atti, né con l’esercizio della professione. Esse conferiscono alla nostra vita pace e serenità e fanno nascere in noi la gioia.

 La serenità si raggiunge pertanto eliminando le aspettative e accettando e godendo ciò che c’è, perseguendo il non attaccamento che non significa non avere a cuore qualcosa o qualcuno ma capire e accettare che noi non possediamo niente e nessuno, e non possiamo di certo pretenderlo. Eliminare la sofferenza e quindi le sue cause cioè le aspettative, le paure e i sensi di colpa spiana la strada alla serenità e alla gioia.

BIBLIOGRAFIA
G.C.Giacobbe, L’insegnamento originale di Buddha

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