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Sessualità e disabilità: quando si ama siamo tutti uguali.

“Stai attenta” mi avvertì Nicoletta “se vedi che E. si sdraia sul materassino a pancia in giù e nasconde le mani sotto il pube devi farlo alzare immediatamente perché vuol dire che si sta toccando. Ah, e dobbiamo anche stare attente che lui e C., il ragazzo che seguo io, non si diano baci…”. Per intenderci: Nicoletta è l’educatrice più dolce e competente che io abbia mai conosciuto, mentre E. e C. sono due tenerissimi maschi adolescenti con una grave forma di autismo.

Devo essere onesta, fino a quel momento non avevo minimamente pensato che anche persone con abilità diverse avessero una sessualità. Cioè, nella mia testa sapevo che tutti ce l’hanno una sessualità, ma lì per lì non l’associ ad un disabile. Come se questo aspetto non esistesse perché la sessualità disabile non è contemplata. Eppure c’è, o meglio, non c’è…voglio dire, non c’è una sessualità normale e una disabile: c’è LA SESSUALITA’. Perché non credete ma così come noi “normodotati” anche i ragazzi e le ragazze con diverse abilità hanno fantasie sessuali, hanno impulsi, esigenze, voglia di toccare ed essere toccati, desiderio di amare ed essere amati. Ma se già la sessualità normodotata è complessa, la loro lo è ancora di più, perché a seconda del grado e del tipo di patologia ci saranno esigenze e desideri diversi.

Così come il sesso in generale, in Italia parlare di sessualità e disabilità è quasi sacrilego. La chiusura mentale è presente anche (e soprattutto) nelle famiglie, mentre gli educatori e il personale sanitario in generale stanno iniziando lentamente a rendersi conto che ci troveremo ben presto di fronte ad una necessità fisiologica ed emotiva da gestire. Per i genitori non è mai facile parlare di sesso con i figli: tutti ci ricordiamo il discorsone ansiogeno della mamma o del papà, fatto male e di fretta perché si vergognavano più loro che noi. Con un figlio disabile il problema non si pone: perché se tanto una sessualità non ce l’ha, è inutile anche parlarne, no? Poi però la vita presenta il conto: disturbi dell’umore, aggressività, depressione, ansia, atteggiamenti sessualmente espliciti in pubblico, masturbazione mal eseguita che può provocare danni.

photo by 46birds
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Ma perché farli soffrire ancora di più? Perché non concedere anche alle persone diversamente abili di poter provare piacere, di poter amare, di poter relazionarsi? Perché qui non è solo questione di sesso, è anche questione di amore. E che si innamorino pure! Dell’educatore, del compagno di banco, di un’amica. Tanto non saranno corrisposti? E chi lo dice? E se anche fosse, tutti noi ci siamo presi delle botte tremende in fatto d’amore. Si sopravvive.

Però bisogna prepararli. Come? Con percorsi di educazione sessuale creati ad hoc a seconda del problema presentato: ritardo cognitivo, impossibilità di locomozione/uso degli arti, autismo, sindromi genetiche, cecità, sordità, etc. E’ necessario che anche loro imparino come relazionarsi, che abbiano rudimenti di contraccezione, che imparino come darsi e dare piacere. Che capiscano la differenza tra tocco buono e tocco cattivo per evitare molestie e violenze.

Ogni ragazzo ha le sue peculiarità, i suoi limiti e le sue competenze, ed è da quest’ultime che si deve partire, per non ragionare su ciò che manca ma su ciò che si ha. E., ad esempio, ti inondava di abbracci e carezze perché in mancanza di poter parlare, correre verso di te e stringerti tra le sue braccia era il suo modo per dirti: “Ti voglio bene”.

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